lunedì 16 luglio 2018

Deludente "Chiudi gli occhi", finto thriller di Marc Forster con Blake LIvely e Jason Clarke

Ambizioso dramma sulla scia del thriller dei psicologico, scritto e diretto da Marc Forster – da “Neverland - Un sogno per la vita” a Quantum of Solace” e “World War Z” -, questo “Chiudi gli occhi” (All I see is You, 2016), da non confondere col sorprendente “Apri gli occhi” di Alejandro
Amenabar (1997) poi diventato a Hollywood “Vanilla Sky”, delude i più. La relazione di una giovane cieca, Gina (Blake Lively), col marito, James (Jason Clarke, da “Zero Dark Thirty” a “La vedova Winchester”) pian piano si incrina quando lei riacquista la vista. Un girotondo di segreti e bugie, verità nascoste e menzogna, tradimenti e misteri, dubbi e sospetti da entrambe le parti.
Sceneggiato dal regista con Sean Conway, la pellicola è quantomeno intrigante nella prima parte, quando la donna passa dall’oscurità alla luce e scopre che le persone e le cose non sono come le immaginava, mentre il marito viene assalito dal dubbio che, avendolo visto, la moglie possa restare delusa e insoddisfatta da lui. Però il film vira dopo verso il melodramma di una coppia in crisi dove la felicità di prima si trasforma in
un incubo senza senso (soprattutto per lo spettatore) in attesa di un colpo di scena che non arriverà mai, perché quel poco che accade è prevedibile e poco credibile. E il finale resta aperto senza che i rispettivi segreti vengano svelati. Formalmente curato (nomination per la fotografia di Matthias Koenigswieser al Camerimage), bene interpretato e ambientato fra Thailandia (Bangkok) e la Spagna (Barcellona), “Chiudi gli occhi” – coproduzione Usa-Thailandia - promette più di quel che mantiene, rischiando di annoiare gli amanti
del thriller e deludere quelli del melodramma. Nel cast anche Miquel Fernandez (Ramon), Ahna O’Reilly (Carla), Xavi Sanchez (Luca), Yvonne Strahovski (Karen), Wes Chatham (Daniel) e Danny Huston (Dr. Hugues, l’oculista). José de Arcangelo
(2 ½ stelle su 5) Nelle sale italiane dall’11 luglio 2018 distribuito da Eagle Pictures

domenica 15 luglio 2018

Un inquietante e suggestivo horror targato Russia: "The Bride - La Sposa" scritto e diretto da Svyatoslav Podgayevskiy

Un inquietante e suggestivo horror gotico, sceneggiato e diretto dal russo Svyatoslav Podgayevskiy, “The Bride” (Nevesta - La sposa, 2017) che
prende spunto da ‘un fatto realmente accaduto’ oltre un secolo fa, e ricrea le atmosfere dei racconti fantastici di Tolstoj e Cechov (portati sullo schermo da Mario Bava ne “I tre volti della paura”) e ci rivela che non solo i nativi dell’America e dell’Africa rifiutavano la fotografia perché “prendeva l’anima”. Moderna ragazza di città, Nastya (Viktoriya Glukhikh) è follemente innamorata del fotografo Ivan (Vyacheslav Chepurchenko), tanto che presto
fissano il matrimonio per coronare la loro fiaba d'amore. La famiglia di Ivan – che vanno a trovare il giorno dopo le nozze - è però molto legata alle tradizioni e alle abitudini della Russia imperiale del XIX secolo. Appena arrivati nella vecchia dimora di famiglia, dove abitano la sorella Liza (Aleksandra Rebenok) e i suoi figli, ma anche il padre e una misteriosa bisnonna che non lascia mai la sua camera, Nastya è assalita da dubbi e sospetti.
Ma per il suo Ivan, Nastya è disposta a sottoporsi anche a una cupa cerimonia che si rifà ad un fatto accaduto verso la fine dell’Ottocento, quando il bisnonno di Ivan era convinto che una fotografia potesse fissare l’anima dei defunti, in attesa di un nuovo corpo, e l’aveva persino sperimentato sulla sua sposa (gli occhi dipinti sulle palpebre), morta proprio alla vigilia del matrimonio. Fatti che scopriamo nel riuscito prologo. Però la ragazza non sospetta quali ragioni (e conseguenze) si celino dietro l’antico rito, e nemmeno che Ivan sia contrario.
Formalmente ineccepibile, “La sposa” – in concorso al Brussels International Festival of Fantasy Film - coinvolge e, a tratti, meraviglia soprattutto in una prima parte in bilico fra tensione e suspense, peccato solo che verso la fine si trascini in una conclusione, se non del tutto prevedibile, e ceda ai canoni del genere contemporaneo con azione e ritmo frenetico che poco si adattano all’originalità e al contenuto della storia.
Bella la fotografia di Ivan Burlakov – premiata all’Horrorant Film Festival ‘Frights Nights’ 2017 - che rafforza l’atmosfera cupa del racconto con tonalità ora rosse ora blu-nere. Nel cast anche Igor Khripunov (Barin), Natalia Grinshpun (Aglaja), Victor Solovyev (Ivan/padre), Marina Alhamdan (la sposa) e Miroslava Karpovic (la moglie defunta. José de Arcangelo
(3 stelle su 5) Distribuito in Dvd da Koch Media – Midnight Factory

venerdì 13 luglio 2018

Un horror girato nel 2014 che prende spunto dalle molestie, abusi e violenze sessuali nella mecca del cinema: "Starry Eyes" con Alex Essoe

Un inquietante horror sul tema (non nuovo) di ‘Me Too”, ma in anticipo visto che “Starry Eyes”, scritto e diretto da Kevin Kolsch & Dennis Widmyer è stato realizzato nel 2014, ovvero quasi tre anni prima delle denunce contro abusi e violenze a Hollywood e dintorni, anzi in tutto il mondo. Sarah (Alex Essoe) è una delle migliaia di ragazze che sognano di sfondare nel mondo dorato di Hollywood, ma nel frattempo è costretta a lavorare
in un fast food, tra un deludente provino e l’altro. Quasi per caso le capita quello apparentemente giusto, ma come era prevedibile l’incontro esclusivo col vecchio produttore si rivela il solito ricatto, deve accettare l’abuso sessuale. Delusa decide di lasciar perdere senza cedere a compromessi, ma una volta tornata alla solita routine di ‘amici sfigati’ quanto lei (l’aspirante regista ‘vive’ in macchina) e lo stressante lavoro nel locale che aveva già lasciato, entra in crisi e stavolta fissa lei l’appuntamento, senza
sapere che la sua decisione la porterà a vendere l’anima al diavolo (il produttore è capo di un’oscura setta satanica), anzi il suo corpo per poi rinascere da star. La crisi psicologica corre parallelamente col deteriorarsi del suo corpo (la parte non consigliabile ai deboli di stomaco), trasformandola anche in una spietata e vendicativa assassina, assetata di sangue. E, alla fine, rinascerà come una magnifica farfalla, ma senz’anima.
Mai uscito nelle sale italiane, nonostante sia al di sopra della media, formalmente accurato e la protagonista sia veramente brava e premiata in diversi festival del genere, il film è reperibile in streaming e/o Dvd. Infatti, “Starry Eyes” infatti inizia con il ritratto psicologico della protagonista, introversa e ansiosa, per poi pian piano diventare un vero e proprio horror contemporaneo e realistico, dove paranormale e satanico, sembrano pretesti pressoché inutili.
Nel cast, oltre la Essoe, Amanda Fuller (Tracy), Noah Segan (Danny), Fabienne Therese (Erin), Shane Coffey (Poe), Natalie Castillo (Ashley), Pat Healy (Carl), Nick Simmons (Ginko), Maria Olsen (Casting Director), Marc Senter (l’assistente) e Louis Dezseran (il produttore) La fotografia è di Adam Bricker e le musiche di Jonathan Snipes. José de Arcangelo (2 ½ stelle su 5)

martedì 10 luglio 2018

"La prima notte del giudizio" un riuscito prequel della saga thriller/horror contemporanea con un cast (quasi) tutto afroamericano

“La Prima notte del giudizio”, diretto da Gerard McMurray, è un vero prequel della riuscita saga thriller/horror – prodotta dalla BlumHouse di Jason Blum – dove si va alla ricerca delle origini dell’annuale ‘sfogo’ messo in atto dal nuovo governo. Un thriller contemporaneo, anzi ambientato in un futuro prossimo, che prende spunto da un problema socio-politico aggravatosi negli ultimi anni fra sovrappopolazione e immigrazione globale (i quartieri popolari sono composti da afroamericani, ma anche di ispanici, asiatici e via dicendo).
Per abbassare il tasso di criminalità sotto l'1 percento per il resto dell'anno, i Nuovi Padri Fondatori d'America (NFFA) propongono un esperimento: una teoria sociologica che dà libero sfogo all'aggressione per la durata di una notte in una comunità isolata. E’ quello che dichiarano, pero il fine è un altro. Infatti, quando la violenza degli oppressori incontra la rabbia degli emarginati, il contagio esploderà dai
confini periferici della città espandendosi per tutta la nazione. E i ‘nostri’ – ingannati e traditi - dovranno affrontare un vero esercito di mercenari. Sulla scia della trilogia “La notte del giudizio” (The Purge, 2013), “Anarchia – La notte del giudizio” (2014) e “La notte del giudizio – Election Day” (2016), il prequel - scritto sempre da James DeMonaco, anche regista dei primi tre – si affida a un cast in maggioranza afroamericano
(incluso il regista), come negli anni Settanta il filone ‘blaxploitation’, per raccontare una storia legata a doppio filo con l’attualità, vedi la politica anti-immigrazione di Trump e quella europea sui rifugiati. Ovviamente, portata agli estremi come già nei precedenti dove le vittime erano soprattutto i meno abbienti e più indifesi. E il ‘gioco’ funziona ancora grazie ad un ritmo serrato, interpreti di sicuro mestiere, azione, tensione e inseguimenti.
Il cast: Y’lan Noel (Dmitri), da “The Hustle” a “Insecure” in tivù; la premio Oscar italo-americana (per “Mio cugino Vincenzo”) Marisa Tomei (architetto Dr. Updale), Lex Scott Davis (Nya), dal serial “Training Day”; l’attore-sceneggiatore Joivan Wade (Isaiah), di “Eastenders”; Mugga (Dolores), Patch Darragh (capo staff Arlo Sabian), Kristen Solis (Selina), Rotimi Paul (Skeletor) e Lauren Velez (Luisa), notissima in televisione per i suoi ruoli fissi in “Law & Order: unità speciale” e “Dexter” e da protagonista in “Le regole del delitto perfetto”. José de Arcangelo
(3 ½ stelle su 5) Nelle sale italiane dal 5 luglio distribuito da Universal Pictures International Italia

venerdì 22 giugno 2018

"Sposami, stupido!", una commedia francese che prende spunto dai matrimoni gay per parlare in modo superficiale anche d'immigrazione

“Sposami, stupido!” (Epouse-moi mon pote), di e con Tarek Boudali, è una gradevole (niente di più) commedia francese a metà fra “Il vizietto” anni 2000 e “Green Card” ma per finta, visto che i due protagonisti della storia non sono gay. In realtà si tratta di una commedia sentimentale degli (ovvi) equivoci visto che i due si affidano ai soliti stereotipi e luoghi comuni sugli omosessuali, tanto che la fidanzata (vera) di uno di loro lo sottolinea.
Sceneggiato dal regista con Nadia Lakhdar e la collaborazione di Khaled Amara e Pierre Dudan, racconta la storia di Yassine (lo stesso Boudali), marocchino emigrato in Francia per studiare architettura. Ma proprio la sera prima di un importante esame viene spinto a prendersi una sbornia (non beve alcolici) e, naturalmente, non si sveglia in tempo e non presenta all’appuntamento e gli viene revocato il visto. Costretto a restare come immigrato clandestino, lavorando naturalmente in nero, deve trovare una soluzione per riavere i documenti in regola e mettere alla prova il suo talento.
Nel frattempo conosce un giovane vicino francese, Fred (Philippe Lacheau), perennemente disoccupato, diventano amici inseparabili e, alla fine si convincono, che la loro unica via d’uscita è sposarsi. Ma dovranno affrontare ogni sorta di equivoci, e soprattutto l’accanimento di un agente dell’immigrazione che non crede nel loro rapporto di coppia, anzi che siano davvero gay. Una commedia vecchio stile aggiornata e corretta al mondo di oggi, dato che negli ultimi anni i matrimoni tra persone dello stesso sesso vengono ufficialmente accettati (almeno in alcuni paesi europei), ma senza scatti di regia. Unico merito evitare la volgarità sull’argomento a cui ci hanno abituato le commedie di ieri e di oggi.
Se la ‘coppia’ protagonista funziona, le gag molto meno perché già viste o superficiali, così come la folkloristica visione della comunità marocchina. E, in fondo, il nucleo della commedia è il fattore sentimentale, perché Yassine, insieme all’università. ha dovuto rinunciare al suo primo amore che, ovviamente, ritroverà tempo dopo snella come una top model e, dopo dispetti e conflitti, si avvieranno insieme verso l’happy end. Nel cast anche Charlotte Gabris (Lisa), Andy (Claire), Baya Belal (Ima), Philippe Duquesne (Dussart), David Marsais (Stan). La fotografia è di Antoine Marteau e il montaggio di Antoine Vareille. Le musiche originali sono firmate da Maxime Desprez e Michael Tordjman. José de Arcangelo
(2 stelle su 5) Nelle sale italiane dal 20 giugno 2018 distribuito da Koch Media

giovedì 21 giugno 2018

Il nuovo horror prodotto da Jason Blum "Obbligo o verità?" rivisita il famoso gioco in una versione tanto diabolica quanto mortale

Il nuovo horror della Blumhouse di Jason Blum ‘gioca’ su un’idea (e sceneggiatura) del regista Jeff Wadlow (“Kick-Ass 2”) e soprattutto sul loro incontro, visto che Blum con la sua casa di produzione ha dato nuova linfa al genere, arrivata a 3 nomination all’Oscar e ne ha vinto uno per la sceneggiatura originale con “Get Out”. Infatti, “Obbligo o verità?” era finora un intrattenimento inoffensivo solo che in questo caso diventa mortale se si mente o non si rispetta l’obbligo né tantomeno si può abbandonare il gioco.
Un gruppo di compagni di università decide di passare il suo ultimo Spring Break in Messico. L'ultima sera della vacanza, a base di margarita e shottini, però i sette ragazzi incontrano un coetaneo, certo Carter, che li indirizza ad una chiesa abbandonata dove li spinge a giocare a "obbligo o verità" (“Truth or Dare” nell’originale). Ma il gioco, anziché finire con il ritorno all'università, continua: una forza oscura (il demone Callux) li obbliga a continuare ed alza man mano la posta e le ‘regole’, costringendo i ragazzi a rivelare verità sempre più scomode e dolorose e ad impegnarsi in sfide che diventano letteralmente questioni di vita o di morte.
Partendo da un gioco conosciuto in tutto il mondo, con le dovute variazioni, Wadlow ci coinvolge al punto di patteggiare per i malcapitati studenti, sperando che non sbaglino e prendano sul serio il mortale gioco. Suspense e tensione, vengono dosate con un pizzico di sottile ironia (soprattutto nella prima parte) portandoci man mano verso il tragico finale. Chi si salverà? A voi scoprirlo prima dell’apertissima fine che lascia pensare, ovviamente, a un sequel oppure a una vera e propria, nuova, saga. E il ghigno diabolico (digitale) di chi fa la domanda (quello che si trova vicino al malcapitato) forse diventerà cult.
I giovani ed efficaci interpreti stavolta non sono proprio sconosciuti ma provengono dai serial televisivi più graditi dagli adolescenti: Tyler Posey (Lucas), da “Teen Wolf” a “Jane The Virgin” e “Scream la serie”; Lucy Hale (Olivia), da “Scream 4” a “Pretty Little Liars” in tv; Violett Beane (Markie), da “Leftovers – Svaniti nel nulla” a “The Flash”; Sophia Ali (Penelope), da “Faking It – Più che amiche” a “Grey’s Anatomy”; il canadese Nolan Gerard Funk (Tyson), da “Arrow” a “Major Crimes”; Landon Liboiron (Carter), da “Terranova” a “Frontiera”; Sam Lerner (Ronnie), da “The Secret Saturdays” a “The Goldbergs”; Hayden Szeto (Brad) da “17 anni: e come uscirne vivi” al prossimo “Lodge 49”. José de Arcangelo
(3 stelle su 5) Nelle sale italiane dal 21 giugno distribuito da Universal International Pictures Italia

giovedì 7 giugno 2018

L'altra faccia 'der Canaro' vista dal regista Sergio Stivaletti in "Rabbia furiosa" con Riccardo de Filippis, in un thriller visionario e onirico

Ecco l’altra rivisitazione del terribile fatto di cronaca nerissima degli anni Ottanta: “Rabbia Furiosa – Er Canaro” sceneggiata (con Antonio Lusci e Antonio Tentori) dal mago degli effetti speciali e di trucco Sergio Stivaletti, già autore di due horror “MDC – La maschera di cera” e “I tre volti del terrore”. Ma non si tratta di un horror ma di un dramma thriller che riserva, sul finale, la lunga sequenza delle mortali torture
riservate all’amico-nemico (non tutti, forse, ce la faranno a guardarla fino in fondo), queste sì ricostruite con lusso di dettagli, visto che Lusci li ha trascritti direttamente dai verbali della polizia. D’altra parte, il film è solo ispirato alla vicenda del Canaro della Magliana perché come dice lo stesso regista si tratta del ritratto di un ‘Canaro ideale’, quello che è rimasto impresso nella memoria collettiva di quegli anni – attraverso il racconto dei giornali, le discussioni al bar -, e in parte (ri)disegnato dalla fantasia.
E anche Stivaletti - come Garrone in “Dogman” - si allontana un po’ dalla realtà, per privilegiare il privato – il rapporto con la moglie e la figlia –, mette in risalto il lato umano, e parte dall’ultima parte dell’intera vicenda vera, quando Fabio (un efficace e terreno Riccardo de Filippis) è appena uscito di galera dove ha scontato 8 mesi, per un crimine che non ha commesso, al posto di Claudio, il suo ‘amico’ ex pugile, un brutale piccolo delinquente che ambisce a diventare il boss del Mandrione (anziché della Magliana), un luogo senza tempo dall’atmosfera e dagli scorci addirittura poetici.
Claudio Renzi (un ambiguo e irriconoscibile Virgilio Olivari), invece, gestisce traffici vari, dai furti ai combattimenti di cani, cosa ovviamente non gradita a Fabio che spesso deve curare clandestinamente nella sua toeletta per cani, con operazioni e medicazioni animali ridotti male. Infatti, l’amicizia tra i due è molto ambigua, quasi malata, Claudio ha una personalità bipolare che lo porta ad agire con estrema cattiveria nei confronti di Fabio che subisce senza reagire. Finché un giorno, non potendo più sopportare violenze e umiliazioni, progetta e poi compie con assoluta freddezza la sua terribile vendetta. Il ‘canaro’ diventa un feroce e spietato assassino, sorta di mix tra Hyde e Frankenstein.
E solo allora, per circa un quarto d’ora (che, forse, non tutti gli spettatori riusciranno a guardare), che il thriller si trasforma in horror iperrealistico per completare il ritratto di un “Canaro ideale” come lo definisce Stivaletti. Il quadro di un riscatto sociale e morale, di un uomo che vuole recuperare la dignità perduta con un gesto estremo. Anche se, a un certo punto, non si capisce bene se la sua sia una rabbia vera (quanto malattia) o solo uno scatto di rabbia mai esplosa prima, accumulata pian piano nella mente e nel fisico.
“Sono sempre stato affascinato – scrive il regista nelle note – dai film in cui il personaggio centrale dopo lunghe vessazioni ed ingiustizie trova finalmente la forza di vendicarsi facendosi giustizia da solo per poi oltrepassare un limiti normalmente invalicabili sconfinando nella crudeltà pura. Mi hanno in questo ispirato da sempre i western di Sergio Leone e molte pellicole dei cosiddetti poliziotteschi che hanno rappresentato un vero e proprio genere”. E infatti, le scene di violenza e ricatto ricordano proprio i poliziotteschi, in cui spesso erano brutali, feroci ed efferate (soprattutto “Milano odia: la polizia non può sparare” di Umberto Lenzi, con un Tomas Milian prima di Monnezza, 1974). Non mancano emozioni e commoventi (vedi la scena del salvataggio in extremis del cagnolino), realtà e finzione.
“Altre fonti di ispirazione – aggiunge l’autore - sono le pellicole in cui un debole a cui viene sottratta la dignità finisce per trovare un’energia e una forza inspiegabili che gli consentono di sopravvivere e farsi giustizia. Chi non ricorda il Dustin Hoffman di ‘Cane di paglia’ (di Sam Peckinpah, 1971 ndr.)? O Alberto Sordi in ‘Un borghese piccolo piccolo’ (di Mario Monicelli, 1977 ndr.)? Bene, l’idea di ‘Rabbia furiosa’ si rifà in parte a quei film e in una parte più consistente trae invece ispirazione da un famoso fatto di cronaca degli anni ’80 in cui a Roma la follia ebbe il sopravvento e trasformò un uomo incline alla sottomissione in un feroce assassino. E’ la storia di Pietro de Negri detto er Canaro che si vendicò del suo vessatore oltrepassando i limiti della più spinta e malata delle immaginazioni”.
Anche qui il cast offre il meglio, dal protagonista de Filippis, un Canaro più terreno che pian piano diventa inquietante a Olivari che è un Claudio credibile; da Romina Mondello nel ruolo perfetto della moglie Anna, alla piccola Eleonora Gentileschi che è la figlia Silvia. Infine i caratteristi Gianni Franco (commissario Ferri), Romuald Klos (Lo Sceriffo), Rosario Petix (ispettore Lo Russo), Luis Molteni (il boss), Ottaviano Dell’Acqua (Spartaco), Marco Ferri (Er Cencio), Eugen Neagu (Ilie). La fotografia è firmata Francesco Ciccone, le musiche originali Maurizio Abeni e il montaggio Alfredo Orlandi e Crescenzo Mazza. José de Arcangelo
(2 ½ stelle su 5) Nelle sale italiane dal 7 giugno 2018 distribuito da Apocalipsis