mercoledì 25 luglio 2018

"Hereditary - Le radici del male" di Ari Aster coinvolge nel dramma thriller e delude nell'horror. Sempre brava Toni Collette

“Hereditary – Le radici del male”, il primo lungometraggio scritto e diretto da Ari Aster, inizia come una classica tragedia famigliare e pian piano si trasforma in inquietante thriller dei rapporti e dei sentimenti per finire nell’horror sovrannaturale di ultima generazione. Peccato che
il mix di generi non trovi il perfetto equilibrio, soprattutto in un’ingarbugliata ultima parte dove entrano in scena spiriti maligni e sette sataniche di misteriose origini. Da un inizio inquietante tra elaborazione del lutto e sensi di colpa, si passa quindi ai luoghi comuni di possessioni e agli stereotipi dell’esoterismo, dai medium alla magia nera indiana.
Dopo la morte improvvisa dell’anziana Ellen, i suoi familiari – la moglie e madre Annie Graham (la sempre intensa Tony Collette), il padre Steve Graham (Gabriel Byrne, dal “Cristoforo Colombo” televisivo a “Crocevia della morte” e “Segreti di famiglia”), i figli Peter (Alex Wolf, “Jumanji: Benvenuti nella giungla”) e Charlie (Milly Shapiro, “Matilda” a Broadway), cominciano lentamente a scoprire una serie di oscuri segreti e strane presenze sulla loro famiglia che li obbligherà ad affrontare il tragico destino che sembrano avere ereditato. Anche perché nella loro vita s’insinua la misteriosa Joan (Ann Dowd).
Come dicevamo, nella prima parte c’è un atmosfera funesta e agghiacciante, ma nella seconda calano man mano tensione e suspense, e, nonostante l’ottimo lavoro degli attori, la sceneggiatura s’inceppa in una serie di fatti inspiegabili anche per lo spettatore. Aster ha iniziato a immaginare il film dopo che la sua famiglia aveva attraversato una serie di difficoltà durate ininterrottamente per un periodo di tre anni. “La situazione era diventata davvero insostenibile – racconta -, al punto che iniziammo a pensare di essere vittime di una maledizione. Quando si gira un film sulle ingiustizie della vita il genere horror è un terreno di gioco molto particolare. E’ una sorta di spazio perverso in cui le ingiustizie della vita vengono celebrate se non addirittura glorificate”.
Infatti, i suoi riferimenti per la prima parte sono il vecchio “Gente comune” di Robert Redford (1980), “Tempesta di ghiaccio” di Ang Lee (1997) e “In the Bedroom” di Tod Field, drammi tragici e feroci come questo, però Aster non riesce a fonderlo con l’horror, tanto che ci sembra di trovarci di fronte a due film completamente diversi. E pensare che i riferimenti in questo caso erano alti: da “Rosemary’s Baby” di Roman Polansky (1968) ad “A Venezia… un dicembre rosso shocking” di Nicolas Roeg (1973) e “Suspense” di Jack Clayton (1961). Acclamato da una parte della critica, “Hereditary” ha avuto 6 candidature in diversi festival, ma nessun premio. Ottime le miniature (la protagonista le crea in casa) e gli effetti visivi di Steve Newburn, José de Arcangelo
(2 ½ stelle su 5) Nelle sale italiane dal 25 luglio distribuito da Keyfilms in associazione con 3 Marys

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