mercoledì 1 giugno 2016

Dal Festival di Cannes 2015, approda nelle sale italiane "Marguerite & Julien" di Valérie Donzelli, il racconto vero di un amore impossibile che doveva realizzare François Truffaut

Presentato l’anno scorso, in concorso, al Festival di Cannes arriva ora nei cinema italiani “Marguerite e Julien – La leggenda degli amanti impossibili”, tratto dalla sceneggiatura di Jean Grualt (1973, anno di nascita della regista) per un film che doveva realizzare François Truffaut.
Un melodramma universale ispirato a una storia vera che Valérie Donzelli trasforma in una storia senza tempo, su un tema sempre complesso e scabroso come l’incesto, in bilico fra realtà e fantasia, favola e leggenda, appunto. Però, purtroppo, qualcosa non funziona perché l’opera dell’autrice de “La guerra è dichiarata” non riesce a coinvolgere fino in fondo lo spettatore, e il gioco scenografico che mischia volutamente elementi e riferimenti di epoche e secoli diversi – la storia vera risale al medioevo - è troppo scontato per colpire il pubblico, casomai lo confonde.
La storia di Marguerite (Anais Demoustier) e Julien (Jérémie Elkaim) de Ravalet, figli del Signore di Tourlaville, sorella e fratello legatissimi fin da tenera età e che, ovviamente, tutti cercano di dividere ad ogni costo perché condannati, senza attenuanti, dalla società intera. E ancora una volta sarà il troppo amore a distruggere due esseri perché, da adulti, il loro appassionato legame scandalizza l’intera comunità che trasforma la persecuzione in una vera e propria caccia anche quando loro due decidono di fuggire lontano.
A questo proposito, la Donzelli dichiara “penso che un giornalista abbia detto a Pauline Gaillard (la sua fedele montatrice ndr.) che le coppie nei miei film sono come armi di distruzione di massa. Questa volta è vero!” Già perché l’amore non si sceglie, ci colpisce come il destino senza preavviso e senza possibilità di fuga. Anche il racconto utilizza diverse forme, linguaggi e mezzi del cinema di diverse epoche, dalle sfumature in nero a cerchio provenienti dal muto - riutilizzate a suo tempo anche da Truffaut stesso e non solo per “Jules e Jim” - al bianco e nero; dal suono rielaborato al quadro di diverso formato. E l’intera vicenda viene narrata da una giovane che, a sua volta, la racconta a delle bambine come fosse una fiaba. Quindi, anche il racconto va avanti su diversi piani narrativi.
“Ho pensato che sarebbe stato molto interessante – dice l’autrice - giocare con le varie forme di narrazione. Esther Garrel, la leader delle ragazze dell’orfanotrofio, racconta i fatti reali, ma anche quelli falsi, semplicemente per guadagnarsi l’attenzione delle altre, per intrattenerle raccontando loro una storia che fondamentalmente è vera, ma che lei abbellisce. Ogni storia, dal momento in cui la racconti, deforma la realtà perché dai una tua interpretazione. Per il cinema è lo stesso: nel momento in cui riprendi, tu deformi la realtà, ma un’altra realtà riemerge. Il film è una sorta di matrioska tra narrazione e cinema”.
La regista francese, anche sceneggiatrice col protagonista Jérémie Elkaim, poi aggiunge: “Poiché la storia esisteva già, ho voluto fare un film in cui la forma avesse un ruolo predominante. Le mie linee guida vengono da Cocteau: ‘La storia non è altro che la realtà deformata, mito della falsa rappresentazione’. Ho voluto creare qualcosa d’immaginario che potesse essere incarnato sotto ogni aspetto, così da avere la sensazione che i personaggi fossero veri, di stare con loro nel castello, di sentire il profumo di Madame de Ravalet e sentire il vento e lo scricchiolio delle assi di legno del pavimento. Un film sensoriale… un 3D senza occhiali!” Però forse è proprio questo a ‘distrarre’ lo spettatore dal cuore della storia, perché il gioco è suggestivo ma finisce per frammentarla, provocandone in chi ‘guarda’ un certo distacco da vicenda e sentimenti, raggelando le emozioni.
Anais Demoustier l’avevamo già apprezzata in “Una nuova amica” di François Ozon, mentre Jérémie Elkaim, oltre ad essere l'ex marito dell'autrice è da sempre co-sceneggiatore e protagonista dei suoi film. Accanto ai bravi protagonisti, Frédéric Pierrot (Jean de Ravalet), Aurélia Petit (Madeleine de Ravalet), Raoul Fernandez (Lefebvre), Catherine Mouchet (Jacqueline) Bastien Bouillon (Philippe), il redivivo Sami Frey (Abate di Hambye), Géraldine Chaplin (madre di Lefebvre), Alice de Lencquesaing (Nicole) e Esther Garrel (l’orfana narratrice). José de Arcangelo
(3 stelle su 5) Nelle sale italiane dal 1° giugno distribuito da Officine Ubu

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